Le mie tre cicatrici

Se devo tirare le somme di come è andato l’ultimo anno sicuramente lo ricorderò tra i più difficili che ho dovuto affrontare nella mia vita, che mi ha lasciato diverse cicatrici.

Due cicatrici fisiche. Dentro molte di più.

La prima cicatrice: il parto cesareo. La più bella delle cicatrici di una donna. Un sorriso là dove una volta c’erano i piedini del mio Oliver (era podalico). Una cicatrice difficile, perchè la mia è stata una gravidanza difficile, con non pochi problemi da subito: diabete gestazionale dal primo mese, nausee e conati fino alla fine, morfologica incerta, contrazioni dal settimo mese con minaccia di parto prematuro…potrei andare avanti ancora. Se poi ci aggiungiamo anche il tumore alla tiroide che ho scoperto di avere solo successivamente ma che stava già lavorando mentre ero incinta penso di vincere il premio. Per cui quella cicatrice “me la sono guadagnata tutta”, potessi andare in giro con l’ombelico di fuori e i pantaloni a vita bassa altezza Bernarda lo farei solo per mostrarla da quanto ne vado orgogliosa.

Anche il parto non è stato facile: riprogrammato l’intervento 3 volte, Oliver voleva nascere prima a tutti i costi: fortuna ha voluto che durante l’ultimo controllo (ne facevo ben 2 alla settimana!!!) la mia dottoressa ha deciso di ricoverarmi (nuovamente), e la sera ho rotto le acque. Avevo appena cenato e i dottori mi dicono:” Eh no, cara… adesso per farti l’anestesia aspetti di fare la digestione!”. Quindi 4 ore di dolori dopo, e il terrore di sentire un piedino di Oliver sbucare da là sotto, finalmente mi hanno operata. E ancora complicazioni: Oliver non riusciva a respirare da solo, così dopo averlo visto di sfuggita per due secondi me l’hanno portato via. Ero rimbambita dall’anestesia (fortunatamente), mi sembrava di essere spettatrice e non protagonista, come se quello che stava succedendo non fosse del tutto reale. Ho rivisto Oliver in assistenza neonatale quasi 3 giorni dopo. E’ stato un trauma per me: non ho avuto il petto-a-petto con la mia creatura e la prima vera volta che l’ho visto era in incubatrice con dei fili attaccati ad un monitor. Non sono neanche riuscita a piangere. Un blocco emotivo pazzesco. Una grande cicatrice dentro che in quei momenti però era una ferita sanguinante immensa, che passava in secondo piano rispetto al dolore fisico del taglio di quasi 20 cm che avevo nella pancia. Una prima separazione bruttissima. Quando finalmente me lo danno in braccio per attaccarlo al seno lui piange e non ne vuol sapere, ed io già mi sento un fallimento. L’ostetrica so-tutto-io poi che manca poco che imprechi, fa tutto facile e mi fa sentire ancora più fallita… fatto sta che io il vero imprinting con mio figlio l’ho avuto quando ci hanno dimessi e siamo tornati a casa. Nel nostro nido d’amore e nella nostra intimità, con tutte le difficoltà dell’allattamento, ma con i nostri tempi e nessuno che mi imponesse il modo giusto di fare la mamma.

La seconda cicatrice: la tiroidectomia. Come ho già raccontato non ero spaventata dall’intervento. Sapevo che entravo in sala operatoria per togliere quella brutta “bestia”, come la chiamo io. E quindi non vedevo l’ora di essere operata. Ciò di cui avevo paura era la separazione da Oliver: 4 giorni di ricovero e poi tutta la convalescenza, che comunque ho fatto a casa di mia mamma per poter stare con lui. Una piccola cicatrice che però è riuscita a rovinare il mio magico momento della maternità, non tanto fisicamente, quanto psicologicamente, visti tutti i pensieri che passano nella testa di una persona che scopre di avere un ospite indesiderato nel proprio corpo.


La terza cicatrice è tremenda: non è visibile sul mio corpo, ma mi ha lacerato l’anima. E’ stato durante le mie radioterapie. Non per le radioterapie: anche qui, non ero preoccupata di cosa mi aspettava a livello fisico. La terza separazione da Oliver è stata indubbiamente la più devastante: 15 giorni senza poterlo vedere. E per un bimbo di 9 mesi questo tempo è tantissimo. Quando l’ho rivisto ho avvertito la sua diffidenza nei miei confronti. DIFFIDENZA. Non potete capire quanto brutto sia stato. Poi tornare a casa, insieme, per l’ennesima volta, ha come sempre sistemato tutto. Dopo qualche ora sembrava fosse stato tutto solo un brutto sogno.

Ora ho i miei controlli da fare periodicamente, ma queste cicatrici fanno parte di me, e in qualche modo mi hanno cambiata.

La prima ha segnato il mio diventare mamma, tra ansie, paure, felicità ed emozioni bellissime. La gioia per la nascita di un figlio è ineguagliabile.

La seconda ha segnato un momento di grandi preoccupazioni sul futuro, scombussolando la mia vita a livello fisico ed emotivo.

La terza, quella invisibile, mi ricorderà sempre quanta forza un figlio riesce a darti per affrontare le difficoltà a cui la vita ti sottopone, quanto è importante l’amore e che si può riprendere in mano la propria vita da dove l’avevi lasciata.

“Il cuore umano è indistruttibile. Tu immagini soltanto che sia spezzato. In realtà è lo spirito che subisce il vero colpo. Ma anche lo spirito è forte, e se lo desideri, si può sempre riprendere”. (Henry Miller)

annapoli

Anna, 30 anni, mamma di Oliver. Altrimenti detta "La Polly". Buona forchetta, da piccola volevo fare la parrucchiera, l’estetista, la disegnatrice di fumetti, la cantante, la ballerina, l’attrice, la psicologa, la velina e la scrittrice. Oggi sono impiegata contabile. Innamorata del mondo handmade, adoro le sigle di Cristina d’Avena ma ascolto volentieri anche i Metallica. E sogno di cantare “Dancing Queen” in un musical dedicato agli Abba. Colleziono film, serie tv, libri ed e-book. Tutti rigidamente catalogati in ordine alfabetico. Un po’ fissata con l’ordine nel pc, chiavette, hard-disk… Poi vabbè… Il letto lo faccio di tanto in tanto… Adoro leggere, scrivere, sperimentare, azzardare, curiosare ed imparare. E sentirmi figa se poi riesco ad insegnarlo a qualcuno.

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