Cosa mi ha insegnato la maternità

Prima osservazione: non sono diventata madre quando è nato mio figlio, ma nove mesi prima, quando ho scoperto di essere incinta.
Penso di essere tra quel numero di mamme che se lo sentiva, di essere incinta, che quando ha fatto il test si aspettava più una conferma che una sorpresa. Appena sposata speravo tanto di avere subito un figlio, e questa speranza mi faceva essere molto più attenta a ogni minimo cambiamento del mio corpo. Notavo
una serie di piccolezze nuove, per me, che avevano subito acceso nel mio cuore un lumicino di speranza: ho fatto il test molto prima del ritardo del ciclo, certa del risultato positivo. E infatti lo era. Ed ecco che allora quel grumettino di cellule praticamente invisibile già mi stava cambiando, fisicamente e umanamente.


Fisicamente, quella del figlio è una presenza che si impone fin da subito: fin dal momento del
concepimento, il corpo della donna si sta modificando per fare spazio a quella piccola nuova vita, e questo cambiamento è tendenzialmente avvertito tramite i famosi sintomi, per la maggior parte poco piacevoli (nausee, spossatezza, sonnolenza). Personalmente devo dire che sono sempre stata bene durante la gravidanza, mai vomitato o avuto eccessive nausee, eppure avvertivo chiaramente che qualcuno stava crescendo dentro di me. E questa consapevolezza piano piano ha cominciato ad andare a braccetto con una piccola grande scoperta: mio figlio stava crescendo dentro di me, con me, eppure era evidente che già non fosse “mio”. Come poteva appartenermi, se non potevo nemmeno occuparmi della sua salute? Me ne sono resa conto soprattutto nel periodo a cavallo tra il primo trimestre e metà del secondo, cioè in quelle settimane di “silenzio”: i malesseri dei primi mesi, più o meno avvertiti, sono praticamente spariti, ed è ancora troppo presto per potere percepire i movimenti del bimbo nella pancia. In sostanza, sai che sei incinta per via della pancia che avanza, ma per il resto non hai modo di sapere se tuo figlio cresce, se sta bene, e non lo sai fino alla successiva ecografia.

Non è stato facile per me. Vivevo molto la paura di andare dalla ginecologa e sentirmi dire che quel piccolo cuoricino non batteva più. Durante una visita, la mia ginecologa (gran donna) si è accorta di questa mia inquietudine. Le ho raccontato della mia paura, di quanto temessi di perdere quel bambino che amavo già tanto, e lei mi ha detto due cose per cui non la ringrazierò mai abbastanza.
Primo, non mi ha detto “andrà tutto bene” (la tipica frase che si tira fuori quando non si vuole realmente guardare in faccia la fatica di chi hai di fonte), ma mi ha detto che questo bambino poteva sopravvivermi cent’anni, così come morire prima di nascere, ma che, qualunque sorte fosse preparata per lui, lui ora c’era e non sarebbe mai stato come se non fosse mai esistito.
Secondo, che questo periodo di fatica mi stava già preparando a quello che sarebbe stata la mia vita di
madre: il destino di tuo figlio non è nelle tue mani, tu puoi fare, tu devi fare di tutto perché lui stia bene (e quindi non sottrarti a ciò che ti è chiesto di fare, non è un invito al fatalismo) ma la sua strada non è la tua.


È stata una conversazione di grande conforto per me, perché da una parte mi ha aiutata a prendere
consapevolezza del cambiamento che quel bambino aveva già operato in me, dall’altra mi ha aiutato a
prepararmi a quel distacco che, volente o nolente, sarebbe arrivato al momento della sua nascita.
Perché, dopo la nascita,le paure potrebbero solo che lievitare: finché il bimbo è al sicuro nella tua pancia tutto sommato va anche bene, ma che succede dopo? Dopo, o si vive nell’angoscia di tutto ciò che di brutto potrebbe accadergli (e a pensarci bene la sopravvivenza di un bambino ha del miracoloso, soprattutto quando smette di essere un cosino tanto carino quanto fermo ma comincia a vagare per casa attirando a sé una serie di rischi che nemmeno ti immaginavi potessero esistere),o si impara a voler bene a tuo figlio in mezzo ai pericoli del mondo, cercando di fare del tuo meglio per trasmettergli la certezza che la vita è bella anche in mezzo a tutto questo caos. Del resto, penso sia proprio vero che un figlio tiri fuori il meglio di te (anche le peggiori sfuriate, ma questo fa parte del gioco),basti pensare a quanto amore incondizionato scopriamo di avere per un nanetto che non fa nulla per meritarselo,o a quanto intensamente desideriamo quello sguardo di purezza e stupore che i nostri figli hanno di natura.

Margherita Malaspina

Un pensiero riguardo “Cosa mi ha insegnato la maternità

  • 11 gennaio 2018 in 13:14
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    Bravissima Margherita, in questo scritto suggestivo e pregnante (nel senso letterario francese vistoche coinvolge il lettore elo fapartecipare, oltre che partecipe, al lieto evento) riporti le tueemozioni i tuoi stati d’animo in quelperiodo della tua vita che ti hapermesso di dare vita. tu l’hai data con la consapevolezza che qualcosa di grandeesconvolgente, anche se del tutto naturale, stava accadendo. grazie per avercidonato latua esperienza.
    unico neo………… ma telogià fatto notare……..non chiamare mio nipote col termine “nanetto”, perchè il termine nano definisce una persona fisicamente piùpiccola relativamente alla media degli individui dalla stessa età………………………………..e lui nonlo èdicerto….
    un abbraccio dal suocero edunoal nipotino

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