Una mattina di pioggia. Tanti pensieri per la testa, mille cose da fare, da pianificare. Difficoltà a concentrarmi sulle parole di mia figlia, mentre la porto a spasso col suo ombrellino trasparente di Minnie, tanto è lo stress. Non faccio che preoccuparmi del dopo, di come organizzerò le ore successive, quanto tempo avrò per lavorare quelle foto che devo consegnare, quando riordinerò casa, cosa cucinerò per cena, a che ora – finalmente – finirà questa giornata. Lo sguardo assorto, procedo senza prestare attenzione a quel che avviene intorno a me.
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D’un tratto, la sua manina afferra la mia. Il calore delle sue piccole dita si irradia in tutto il mio corpo, e ha il potere di risvegliarmi. Di richiamare la mia coscienza al momento presente, e a tutto quello che stavo perdendo, a tutta la bellezza che mi stavo lasciando sfuggire.
“Mamma, è questo l’Autunno?”. Sì, amore mio. È la stagione in cui la natura si accende di colore, almeno ai miei occhi. Quella che preferisco, da sempre. Così il mio sguardo si lascia pian piano guidare dal suo, e nel suo stupore riscopro il mio: intorpidito, sbiadito dalle beghe quotidiane, assopito semplicemente. La forma, i colori delle foglie, così vari. Il profumo – inebriante – della terra bagnata di pioggia. Lo scricchiolío di quel tappeto di colori sgargianti sotto i nostri passi, una pozzanghera in cui si specchiano le nuvole e si può saltare ridendo a crepapelle. Il guscio di una lumaca, un sasso a forma di cuore, la portiera di un suv in cui sorprendere la propria immagine riflessa, un cane che abbaia oltre la siepe e chiede solo una carezza, un fazzoletto sull’asfalto che fa interrogare su chi l’avrà perduto, il saliscendi del marciapiede ai passi carrabili e una corsa da improvvisarci su, la sirena lontana di un allarme, il riccio spinoso di una castagna, un elicottero di passaggio.
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I suoi occhi non perdono un solo dettaglio, e in ogni cosa, anche la più piccina, sanno intravedere un mondo intero. E a me non resta che lasciarmi prendere per mano dal suo entusiasmo, e osservare il mondo nel riflesso delle sue espressioni di bimba. Quel mondo che ho perso l’abitudine di apprezzare, che un tempo guardavo con la stessa infaticabile curiosità, la medesima insaziabile voglia di scoprire, un saltello dopo l’altro.
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Così, con la sua mano nella mia, rallento il passo. Sollevo gli occhi e mi sorprendo. Di quanto facile sia in realtà passeggiare nel momento presente, lasciando i pensieri del “dopo” nel fondo delle tasche, respirando profondamente e scrollando dalle spalle il peso di qualcosa che ancora non c’è. Il futuro. Hic et nunc. Qui e ora. Io e lei, ancora così piccola, con quel suo inseparabile ciuccio, le galoscette rosa, le maniche del piumino troppo lunghe e quei ricci impettinabili che tanto bene incorniciano il suo visetto dipinto. In un presente così, nulla si ha da perdere, tutto da imparare, da riscoprire.
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Mi scrollo di dosso il torpore, quel grigiore che solo noi adulti sappiano indossare, come una corazza che soffoca le emozioni, torno ad ascoltare i suoi discorsi che hanno il sapore dolce della fantasia, invento giochi, saltello con poca grazia nelle pozzanghere e “corro piano” – per lasciarla vincere – in una improvvisata caccia alla foglia più rossa, più gialla, più arancio. Il fiatone, il calore che sale alle guance, il fango sulle scarpe e un boquet di foglie colorate tra le mani. La strada verso casa è improvvisamente lieve. D’un tratto ho voglia di ridere, di prenderla tra le bracca e farla girare, mentre inizia di nuovo a piovere e tutti corrono per raggiungere un riparo. Io e lei, come una giostra.

D’un tratto il futuro non c’è più, il tempo s’è fermato: lo abbiamo incantato noi.

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«E se poteste mantenere la meraviglia del vostro cuore dinanzi ai miracoli quotidiani della tua vita,

il vostro dolore non sembrerà meno meraviglioso della vostra gioia».

Khalil Gibran

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