Quando conobbi il Siciliano atipico, un po’ lombardo e molto expat, capii subito che era finalmente arrivato il mio momento. Dopo anni di amori sbagliati, persone sbagliate, momenti sbagliati, con lui ho sentito immediatamente che le cose finalmente stavano andando per il verso giusto. Quindi potete ben immaginare dove volò il mio pensiero quando lui mi invitò per un viaggio a Las Vegas. Non dico di aver infilato il vestito da sposa direttamente in valigia, mo poco ci è mancato!


E invece no, nell’imbarazzo più completo ho dovuto arrendermi all’idea che durante la gita nella città più folle di tutte, non era prevista nessuna tappa in una cappella dipinta di rosa. Non ho però dovuto aspettare molto, dopo tutto… solo altri due anni, una decina di altre città dove raggiungerlo e tanta, tanta pazienza nell’aspettarlo tra uno spostamento e l’altro. La proposta quella vera, l’ha organizzata per bene, senza inginocchiarsi, ma lo perdoniamo, visto che eravamo illuminati da un bellissimo tramonto a Gerusalemme. Ho sempre trovato estremamente romantico che due incurabili agnostici come noi si siano promessi eterno amore nella citta santa, benedetta da tre religioni differenti.
E dopo la proposta noi ci siamo come fermati, non so come dire, ma non ci sembrava necessario fare passi ulteriori, tipo sposarci, ad esempio. Avevamo imparato a gestire gli inevitabili momenti di lontananza, avevamo creato un discreto equilibrio tra i momenti da condividere come coppia e quelli in cui essere da soli. Fino a che in un anonimo giorno di Giugno del 2009, che ricordo come fosse ieri, lui mi disse che stava pensando di accettare un trasferimento a lungo termine. Disse che era una buona proposta, di quelle che non si possono rifiutare, ma alla quale lui avrebbe detto no, se io non lo avessi seguito.


E io, invece, ho detto nuovamente si, il che ha significato spezzare tanti legami, qualche catena e purtroppo anche un po’ di cuori. Abbiamo organizzato il matrimonio in poche settimane e a Settembre, sotto il sole caldo e stupendo della sua (e ormai anche un po’ mia) Sicilia abbiamo pianto in tanti. Non solo di gioia, purtroppo! Il nuovo capitolo che cominciava con la nostra vita insieme, lasciava indietro tanti altri pezzi di esistenza. Prima di decollare per il mio primo volo verso gli Usa ho mandato messaggi a tutte le persone importanti della mia vita, sembravano messaggi di addio e un po’ lo erano, non stavo morendo, ma stavo diventando altro e semplicemente non si poteva più far finta di nulla.
Dopo il primo anno a Washington d.c. dove l’entusiasmo per una vita nuova di zecca e la gioia di vivere finalmente sotto lo stesso tetto hanno prevalso, il trasferimento a Boston ha segnato l’anno peggiore della mia vita. Complice il tremendo dolore dopo un aborto crudele e ingiusto (come se ne esistessero di giusti), una depressione sottile e malinconica si è impossessata di me. Un anno intero di cui non ho che una manciata di ricordi sfuocati. Come se avessi messo in pausa il film della mia vita.
Ho pensato spesso di tornare in Italia, in quei momenti, ho realizzato quanto facesse più male cadere senza una rete di salvataggio pronta ad aprirsi e a stringerti tra le sue maglie. Sono stata cosi male da pensare che il destino non avesse in serbo nulla di buono per me.
Mi sbagliavo terribilmente ed è stata NYC ad insegnarmelo. Il trasferimento nella grande mela e la sconfinata energia vitale, la fiducia nel futuro e nelle persone che questa città, per altri versi spietata e difficilissima, sa regalare ci hanno portato a raggiungere la gioia più preziosa, gratuita ed inaspettata che la vita ci abbia mai concesso: nostro figlio!
Questa è una delle mie foto più care.


Perché insieme alle occhiaie,  alla stanchezza e alla felpa da adolescente fuori tempo massimo, indosso anche il sorriso più bello e completo di sempre. Era il giorno in cui siamo tornati a casa in tre, l’Empire State Building era colorato di azzurro e ho pensato che fosse il modo in cui tutta New York volesse celebrare con noi.
Da lì a poco abbiamo deciso di comprare casa qui, perché nostro figlio potesse mettere radici in questa terra, perché lui appartiene a questa citta. Poco importa se il processo non è stato dei più facili e sia io che mio marito abbiamo perso la serenità e un po’ di salute dietro a questa casa, magari questo ve lo racconterò nel prossimo post.

Però ora la sensazione che il peggio sia alle spalle e anche se continueremo a rimanere sospesi tra le nostre vite sdoppiate (da non confondersi con doppie vite) in fondo non è poi cosi male perché vediamo e sentiamo che l’amore, gli affetti e il bello sanno moltiplicarsi per due.

Buon San Valentino