Ogni sera, prima di addormentarmi, chiudo gli occhi e ripenso alla notte più magica della mia vita: quella in cui ho messo al mondo il mio bimbo, quasi quattro mesi fa. Rivedo me in quella vasca calda con mio marito che mi reggeva, abbracciava, sosteneva, che partoriva insieme a me. Ricordo le ostetriche che mi coccolavano e accarezzavano, la playlist di Ed Sheeran che ripartiva in continuazione, sento il cuore di Edoardo che batteva attraverso il tracciato e subito dopo il suo profumo su di me. Sì, avevo male, ma è proprio vero che è un dolore che dimentichi subito. Sono convinta che il segreto sia proprio aspettare quel dolore, accoglierlo, provare a modularlo, accettarlo e realizzare che è la frontiera che ti consente di conoscere tuo FIGLIO!

Sono stata certamente fortunata, è vero, ma credo che sia stato fondamentale il percorso che ho fatto durante i mesi della gravidanza, la tranquillità che ha dominato le mie giornate, la consapevolezza che in quanto donna, ovvero essere predestinato a donare la vita, le cose dovevano necessariamente andar bene. Il positivo chiama positivo. E grazie anche a questi principi, dopo una gravidanza meravigliosa, ho vissuto il parto che auguro ad ogni donna, e sono felice di condividere la mia esperienza, nella speranza di dare un po’ di conforto alle future mamme.

Edoardo è nato alle 3.42 del 2 novembre dopo poche ore di travaglio attivo, alla soglia delle 40 settimane. La mattina del primo novembre mi sono svegliata con qualche dolore, ma visto che la sera prima avevo lavorato, lo attribuivo più alla stanchezza fisica che al travaglio. Il pomeriggio le fitte sono aumentate e ho fatto un salto in ospedale per controllare la situazione (in verità più per tranquillizzare mia mamma e mia suocera), ma tutto sembrava tacere. Sono tornata a casa, mi sono rilassata, e verso le 20 i dolori sono tornati, prima leggeri, poi sempre più forti, con il culmine massimo alle 22. Quella sera credo di aver provato tutti gli angoli della casa, ogni posizione possibile per cercare di affrontare il dolore delle contrazioni, mentre Mirko continuava a mettere in tv alcune delle nostre canzoni preferite. Sapevo che era presto per andare in ospedale, mi avevano detto che il travaglio sarebbe stato lungo e di presentarmi in ospedale solo dopo 4-5 ore di dolori forti e intensi. Ho provato a stendermi sul letto, ma il male era ancora più forte e talmente estenuante che, tra una contrazione e l’altra , riuscivo persino ad addormentarmi. Mirko controllava il tempo, monitorava durata e intensità delle contrazioni e visto che io non stavo minimamente pensando a respirare, mi ha ricordato ciò che avevamo imparato ad uno dei corsi pre-parto, e così abbiamo iniziato ad inspirare ed espirare insieme. Mi ha anche “costretta” ad entrare in doccia, e l’acqua calda è stata una manna dal cielo. Sono stata quasi un’ora con il getto caldo sul pancione provando una gran sensazione di benessere: in effetti l’acqua attenuava le contrazioni e le rallentava! Ma appena fuori dalla doccia, di nuove dolori forti e ravvicinati: era mezzanotte, non erano neanche passate tre ore, ma sentivo che era arrivato il momento di andare in ospedale! Abbiamo chiamato mia mamma, che non poteva non esserci in un momento così prezioso, e siamo corsi al pronto soccorso ostetrico. Arrivata in reparto mi ha accolto un’ostetrica dolcissima, Beatrice, che mi stava accompagnando a fare il tracciato ma si è resa conto, vedendomi contorcere, che forse era meglio passare direttamente alla visita. Ero lì sul lettino e, appena mi ha visitata si è girata, sorpresa, verso la ginecologa dicendo: “Siamo a dilatazione completa, la testa è già incanalata”. Che caldo in quel momento, quanti pensieri ed emozioni, quante immagini nella mia testa! Era arrivato il momento tanto atteso, da lì a poco avrei conosciuto il mio bimbo, ma adesso dovevo mantenere la calma e impegnarmi con tutta me stessa per darlo alla luce il più serenamente (e velocemente) possibile.


Sono corsa in sala parto, implorando di riempire la vasca da bagno (che avevo la fortuna di poter utilizzare visto che il parto era spontaneo e avevo scelto di non fare l’epidurale) per sentire ancora un po’ di quel sollievo provato sotto la doccia. Ci sono voluti quasi 50 minuti per riempirla, e io intanto respiravo, muovevo il bacino, “ballavo” con Mirko, che aveva chiesto alle ostetriche di mettere la playlist di Ed Sheeran, ascoltata centinaia di volte durante la gravidanza.
Prima di entrare in vasca mi hanno rotto le acque (assolutamente indolore)e poi finalmente mi sono immersa, sentendomi completamente a mio agio, molto più rilassata e distesa in quella stanza tutta celeste, profumata e delicata. Forse l’acqua ha rallentato l’ultima fase del parto, ma l’ha resa anche molto più dolce. All’inizio continuavo a contrastare il dolore con il respiro, poi finalmente è arrivato il momento di spingere… ed è durato quasi due ore, anche se in quel momento sembrava fossero 24! Ho tirato fuori una forza che mai avrei creduto di avere e quando temevo di crollare, di non farcela più, mio marito e le ostetriche mi facevano forza, incoraggiavano, spronavano dicendo che ormai eravamo agli sgoccioli, mi accarezzavano le gambe, massaggiavano, mi prendevo in giro perché non volevo bagnarmi i capelli, visto che avevo fatto la piega la mattina stessa! E così, tra una coccola, una risata e non so quante spinte, finalmente, sulle note di “Perfect”, è sbucata la testolina del mio piccolo, e subito dopo il suo corpicino perfetto e pulito (santa acqua!!), che lo stesso Mirko, insieme alle due ostetriche, ha estratto dal mio corpo per poi porlo su di me. In quell’attimo il mondo si è fermato: avevo tutto! Avrei voluto che quel momento durasse per sempre, ero letteralmente ubriaca d’amore: ho provato una sensazione di benessere, serenità e completezza che porterò con me per sempre.
Quella notte la vita mi ha fatto il regalo più bello che una donna possa ricevere.


E’ così che è iniziata la nostra avventura. Anzi, tutto è cominciato il 27 febbraio 2017 quando, quasi per gioco e per scrupolo (avendo un aereo da prendere due giorni dopo) ho fatto il test di gravidanza: può sembrar strano, ma mi è bastato vedere quelle due linee rosse per sentirmi già mamma.
Quanta ansia le prime settimane, che paura di vivere solo un bellissimo sogno e di potermi svegliare improvvisamente. Ho lasciato la mia adorata bici, interrotto palestra, massaggi, qualunque cosa potesse compromettere lo sviluppo di quel piccolo ammasso di cellule di appena 5 mm. Stava accadendo dentro di me qualcosa di meraviglioso, il sogno più grande della mia vita si stava realizzando, così improvvisamente peraltro, e io dovevo proteggerlo a tutti i costi. Ma poi col passare delle settimane, con l’aumento della consapevolezza di quel che mi stava accadendo, con le ecografie (non conto neanche quelle fatte i primi 3 mesi) e le rassicurazioni varie, un bellissimo senso di serenità ha preso il sopravvento.
Ho vissuto 9 meravigliosi mesi, ho continuato a lavorare (fino, appunto, alla sera prima di partorire), ho fatto diversi viaggi, ho ascoltato me stessa, ho strafatto quando ne avevo le forze, riposato quando mi sentivo stanca, mi sono presa i miei tempi per riflettere, per analizzare quello che mi stava accadendo. Volevo godermi ogni momento della mia gravidanza, ogni sensazione che il mio corpo mi stava regalando, e coccolare quel meraviglioso pancione che racchiudeva il dono più prezioso, parlargli, ascoltare tanta musica. Un pancione che “portavo” con tanto orgoglio e a cui la gente sorrideva con dolcezza, guardandomi passeggiare o andare in bici anche quando era così grande da sfiorare il manubrio. Non mi sono mai sentita malata, debole o difettosa, anzi… il mio corpo sprigionava una strepitosa energia, che mi ha permesso di sviluppare tanti progetti lavorativi, di preparare la cameretta di Edoardo, di far la moglie premurosa e attenta.


Nelle ultime settimane mi sono iscritta a un corso di pilates per donne in gravidanza, ho frequentato le lezioni pre-parto canoniche, dove ho conosciuto tante pancione con cui continuo a confrontarmi e scambiarmi consigli sui nostri piccoli; e altri incontri in piscina tenuti da un’ostetrica bravissima che mi ha dato un grandissimo supporto psicologico e mi ha insegnato ad accettare e affrontare serenamente il dolore del travaglio. Ho anche assunto (dalle 34esima settimana) dei globuli di Apermus, un farmaco omeopatico, che ha la scopo di accelerare la dilatazione del collo dell’utero e di accorciare il dolore del travaglio.
Forse senza neanche volerlo, ho fatto un cammino interiore che mi ha portato a vivere nel migliore dei modi l’esperienza più bella della vita di una donna: il giorno del parto.
Avevo paura? Tantissima! Soprattutto all’inizio della gravidanza, poi man mano che il giorno si avvicinava, si affievoliva sempre più.
In realtà non mi ha mai spaventato il travaglio, l’ho sempre visto come il mare in tempesta, quelle onde necessarie per poter apprezzare la quiete, e che io sapevo di poter cavalcare. Ma ero terrorizzata dal momento del parto in sé, da quando un piccolo esserino poteva uscire dal mio corpo.
Adesso invece… non vedo l’ora di dare una sorellina ad Edoardo!

Alessandra Scotti