Oggi, a distanza di un anno esatto, mi sento pronta per condividere una vicenda drammatica: come ho scoperto di avere un tumore.

Come ho già detto, in gravidanza ho avuto il diabete gestazionale. Dopo la nascita di Oliver ho aspettato circa 5 mesi per rifare la curva da carico, e con essa ho chiesto al dottore di prescrivermi degli esami del sangue completi (sentito telefonicamente per la prima volta in quanto il mio era andato in pensione e non avevo avuto ancora l’occasione di incontrare il mio nuovo medico). La curva è ok e il diabete se n’è andato; mi balzano all’occhio un paio di valori sballati di cui non conosco la natura e preferisco prendere un appuntamento con il medico. Mi spiega dove si trova lo studio ed entro: ci sono tante porte, per cui chiedo ai pazienti in sala d’attesa se mi trovo nel posto giusto.

“È qui lo studio del Dr Y”?  Mi rispondono una signora anziana e un uomo sulla quarantina: “No, deve uscire dallo stabile ed entrare dall’altra porta “. Io rimango stranita, perchè ero convinta di aver capito bene quale fosse il suo studio… ma se in due persone mi dicono di uscire ed entrare nell’altro stabile io mi fido. Così esco e tento di aprire la porta dell’edificio accanto: chiusa. Allora richiamo il medico e gli chiedo se avevo frainteso il giorno, e mi risponde: “no Anna, dammi un quarto d’ora che sto arrivando”. Così mi siedo sulla panchina fuori in attesa.

Dopo 10 minuti arriva il medico, ci salutiamo e mi dice di entrare. Gli racconto di tutti i miei problemi avuti in gravidanza e gli mostro le analisi. Mi dice “qui c’è la tiroide che non va. Anna, ti visito”.

Inizia a tastarmi la zona del collo e mi dice che sembra esserci un nodulo. Così decide di farmi un’ecografia, visto che nel suo ambulatorio è presente un ecografo, un po’ datato, ma sufficientemente in grado di confermare la sua prima diagnosi.

Mi dice di prenotare un’ecografia più mirata per poi eventualmente procedere con un ago aspirato.

“Chi era il tuo medico prima?”
“Il Dr. X”.
“E chi è il tuo medico adesso”?
“Ma…mi scusi… lei non è il Dr Y???”.
“No… io sono il Dr Z”.

Credo di non essermi mai sentita in imbarazzo come in quel momento. Che figura di merda. Mi sono scusata diverse volte e gli ho chiesto se gli dovevo qualcosa per il disturbo. Lui gentilmente mi ha risposto di non preoccuparmi e ha scritto due righe sull’esito della visita da lui fatta “casualmente” da consegnare al mio medico che, cito testuali parole, “non è uno che guarda tanto queste cose”.

Mortificata, esco dal suo studio per tornare nello stabile di prima, lì per lì un po’ incazzata per aver perso mezz’ora e aver fatto una figuraccia. Nessuna traccia dell’anziana signora e dell’ uomo che mi avevano mandata nel posto sbagliato.

Attendo il mio turno e finalmente incontro il mio nuovo medico. Gli racconto dell’accaduto e gli consegno il messaggio del Dr Z. Come suggerito dal suo collega mi consiglia di fare l’ecografia e ci lasciamo con l’accordo di fargli sapere qualcosa. “Ciao Anna, e non sbagliare porta la prossima volta!”, mi saluta scherzando.

L’ indomani mattina chiamo lo stesso studio dove fanno anche le ecografie per fare la prenotazione e la signorina mi dice che guarda caso per il pomeriggio stesso si è appena liberato un posto. Così vado a fare l’ecografia e viene rilevato un nodulo di 4 cm nella zona del collo. Mi viene prescritto di fare l’ago aspirato e mi sento dire:” Stai tranquilla. Dalle dimensioni che ha, se fosse brutto saresti già morta”.

Quanta professionalità in quelle parole… ad ogni modo, a distanza di una settimana faccio l’ago aspirato e anche la dottoressa si sbilancia: “ora aspettiamo l’esito, ma a guardarlo, non sembrerebbe brutto”.

Passano 10 giorni e io, un po’ rincuorata dalle parole della dottoressa e, ahimè, anche di quelle più “informali” del medico dell’ecografia, non ci penso neanche più di tanto.

Poi quel maledetto 9 giugno 2017: il mio medico mi fa visita a casa, ma io non ci sono, e mi lascia un messaggio nella cassetta della posta: chiamami con urgenza al cellulare. Dr Y.

Ho capito subito, anche se dentro di me c’era una piccolissima assurda speranza che dovesse dirmi qualcos’altro. Che so….tipo che il mio esito era andato perso e che dovevo ripeterlo. Invece no. Con la carrozzina di Oliver in una mano, e il cellulare nell’altra tremante, lo chiamo. “È arrivato l’esito dell’ago aspirato e,  putroppo, è risultato positivo”.

“NO!”, lo dico, lo penso, lo grido dentro di me. Non è possibile. Ci deve essere un errore. Non sta succedendo davvero.

Mi lascia il numero della dottoressa che ha fatto il prelievo e mi dice di chiamarla, affinché mi dia altre informazioni su come procedere.

È stata la telefonata più difficile di tutta la mia vita. Io scoppio in lacrime, dicendole che ho una creatura di pochi mesi che ha bisogno di me, e la sua risposta è stata, come a leggermi nel pensiero: “Anna, tu vedrai crescere il tuo bambino, e anche i tuoi nipoti. La probabilità di sconfiggere questo tipo di cancro è dell’ 85/90%. Dovrai affrontare un’operazione in cui ti verrà asportata la tiroide completamente in quanto, probabilmente, dovrai fare anche delle radioterapie.”

Il resto lo sapete.

Il 30 giugno, giorno in cui Oliver compiva 7 mesi, mi hanno operata. I giorni che hanno preceduto l’intervento sono stati difficili: tanti pensieri, ma comunque psicologicamente ero pronta a farmi togliere la bestia quanto prima. Più che altro il nodulo continuava a crescere e faticavo a respirare, perché iniziava ad ostruire la trachea.

L’operazione è andata bene e a fine agosto ho fatto le radioterapie. E ora sono qui, a ricordare tutti questi momenti difficili con la consapevolezza che se ho affrontato tutto con tanta forza è stato grazie e per il mio bambino.

Io non lo so come sarebbero andate le cose se quel giorno non avessi incontrato il Dr Z. Perché quelle due persone mi hanno mandata da lui… chi erano? Magari andava uguale. Magari invece non avrei approfondito così velocemente e avrei scoperto solo successivamente del nodulo e del resto. Forse il destino. Doveva andare così. La vita a volte ci mette davanti a degli ostacoli che ci sembrano insormontabili, ma alcuni si possono superare.

Ho scritto questo post perché come sapete per me scrivere è terapeutico. E perché credo nella prevenzione, ora più che mai. E anche perché non ho mai letto l’esperienza di nessuno, di come ha reagito ad una notizia che ti fa mancare la terra sotto i piedi, di come funziona. Spero nel mio piccolo di essere in qualche modo d’aiuto anche ad una persona soltanto, per infondere un po’ di coraggio, un po’ di speranza, perchè a volte dobbiamo credere, ED E’ COSI’, che a vincere siamo noi.

Foto: Frida Berro