Quante volte noi mamme desideriamo quel momento specifico in cui i nostri figli imparano a fare qualcosa di nuovo, o semplicemente che raggiungano quella fase di crescita che tanto aspettiamo? Per quel che mi riguarda sono sempre stata quel tipo di mamma che sognava le fasi di crescita del proprio figlio con tanta fibrillazione, con nessuna aspettativa però, consapevole del fatto che ogni bambino ha i suoi tempi e che questi vengono naturalmente rispettati

Non ho mai dovuto aspettare troppo con Raffaele, gattonava a sei mesi, camminava a dieci. La pappa e il latte da solo da quando ha iniziato il nido a diciotto mesi. Autonomia nel dormire, nel fare la doccia quasi… Il mio primo figlio è stato sempre così curioso e pronto a sperimentare da solo tutto ciò lo circondava, che non mi sono mai sentita di limitare in qualche modo questo suo modo di fare, nei limiti del possibile ovviamente. La lallazione, e la parola ma-mma a sei mesi, e il cuore che batteva ogni volta. E questo… fino ai 3 anni, compiuti l’ 11 marzo di questo anno. Nessuna parola al di fuori di “mamma“.

Dai due anni, ovvero l’età in cui sarebbe dovuto sbocciare, e con un fratellino in più, Raffaele ancora non parlava.

Inutile dirvi le pressioni dei familiari e di alcuni conoscenti su questo problema, che per me problema non era, affinché pediatri e insegnanti mi rassicuravano che il suo ‘non parlare’ non implicava nessun tipo di preoccupazione, in quanto lui ascoltava tutto perfettamente e riusciva ad esprimersi e farsi capire. E, cosa ancora più importante, non aveva nessun tipo di problema nel relazionarsi e nel socializzare con gli altri. Si, è sempre stato un bambino molto timido, con un carattere a tratti introverso, ipersensibile ma dolcissimo, e io sapevo che prima o poi, con la calma che lo contraddistingue, avrebbe anche parlato. Aveva soltanto bisogno del suo tempo.

“Solitamente si definisce un Late Talker, un bambino che all’età di 2 anni ha un vocabolario espressivo inferiore alle 50 parole, mentre in media ai 24 mesi se ne pronunciano almeno 80. La fase di esplosione del linguaggio, che di solito avviene intorno ai 21 mesi, nei Late Talkers si sposta dai 24 ai 30 mesi”

Non mi sono mai piaciute le statistiche, ne tantomeno i dati orientativi soprattutto quando si parla di bambini, che sia sul peso, sull’altezza o su quanti denti debba mettere in quei determinati mesi. Questo da sempre, e ovviamente anche prima di questa esperienza. Non ho mai vissuto con ansia questa situazione, ma comunque mi sono resa conto che era contornata da una certa dose di delicatezza, sottolineata molto da come gli altri affrontavano questo argomento con me, con noi. Che quasi ti fanno sentire un genitore troppo superficiale, a tratti menefreghista e strafottente, e ti mettono quella pulce nell’orecchio che tu per forza di cose devi zittire. Così, compiuti i tre anni (il limite massimo che ci siamo imposti io e il papà se la situazione ancora non si sbloccava) decidiamo tramite una conoscenza in famiglia di consultare una logopedista, che dopo varie sedute, in cui ovviamente non è cambiato nulla, ci ha chiaramente detto che il blocco di Raffaele è solo emotivo.

La visita foniatrica a seguire, ci diceva ancora una volta la stessa cosa: un blocco emotivo.

Come dicono anche a scuola.

E Come dice più di un pediatra.

Ok. Allora perché non parla ancora? A cosa è dovuto questo blocco? Come si può capire dove intervenire?

Per quanto sia sempre stato, palesemente non solo per gli occhi di mamma, un bambino sereno, felice e appagato, qualcosa non andava. E il problema era da individuare nell’ambito familiare. Perché nella maggior parte dei casi di un “Late Talker” le cause di questo ritardo del linguaggio si riconoscono nell’ambito psicologico, strettamente familiare. (Ovviamente noi non abbiamo mai esercitato nessun tipo di pressione nei suoi confronti, anzi, la discussione nasceva proprio quando qualcuno a tutti i costi insisteva nel ripetergli di dire questo o quello, “ma perché non parli?“, con il risultato che lui si chiudeva ancora di più nel suo guscio.)

L’unico appiglio su cui tutti si aggrappavano era la presunta gelosia per il fratellino.

Gabriele è arrivato quando Raffaele aveva 20 mesi. Proprio quando doveva spiccare il volo. E in tutto il suo primo anno di vita, è stato il fratello maggiore perfetto: lo coccolava, lo contemplava, gli prendeva il ciuccio se cadeva, lo cullava se si svegliava. Mi aiutava nel cambio pannolino, nella pappa. Addirittura allattava il suo Topolino quando io lo allattavo! Era di una dolcezza disarmante e faceva esattamente ciò che facevo io, che facevamo noi… Poi però, da quando Gabriele ha iniziato a camminare e invadere i suoi spazi (e soprattutto i suoi giochi)  sono arrivati i primi screzi, ma come giusto che sia… E ha iniziato a fare più capricci, a urlare di più. Ha cacciato fuori un carattere che poco aveva a che fare con il bambino docile e pacato che era stato fin’ora. Ma non gli ho mai dato peso, credendo che fossero i famosi “terribili due” un’altra fase da passare insomma… Ma erano diventati cane e gatto. Tutti mi dicevano di tenerli lontani, di trascorrere tempo con loro separatamente, di ritagliare del tempo esclusivo singolarmente, la nonna si offriva nel tenerlo lontano quando a volte la situazione degenerava… E dopo vari tentativi, non ottenendo nulla, ho deciso di agire  esattamente al contrario: se erano i giochi a farli litigare e non volevano condividerli, allora i giochi erano messi via. Non si andava dalla nonna perché oggi è troppo nervoso e doveva svagare. Si stava insieme, senza giochi. Si mangiava insieme. Si faceva la doccia insieme. Si dormiva insieme.

E… dopo mesi di pianti, urla e musi lunghi, mesi così difficili e pesanti, di non poche notti insonni a domandarsi se si fa bene, se si è abbastanza, se le scelte sono giuste o sbagliate, che ti domandi se tutto questo porterà realmente a qualcosa, se servirà davvero… mesi in cui ci si isola, perché nessuno riesce a capire fino in fondo, mesi davvero infiniti…

Ecco che poi, in un giorno qualunque arriva una parola in più.

E poi un’altra. Un’altra ancora. Un colore, un numero, un animale. La parola papà, e l’emozione di un padre che si sente chiamare così la prima volta dopo tre anni. E poi “Gabbi”. Gabbi la domanda di ogni mattina quando si sveglia. Gabbi dov’è quando torniamo a casa e non c’è. Gabbi che non deve dormire la sera perché deve giocare ancora con lui, altrimenti sono lacrime. Gabbi complice, senza giochi. Che fa da braccio destro, da guai in agguato, da rincorse su e giù per il corridoio scalzi. E poi le frasi: Gabbi vieni. Gabbi guarda. Gabbi gatto. Gabbi non si fa. Mamma Gabbi tolto pannolino.

Hanno iniziato a bastarsi, senza giochi, senza tv, “costretti” a contare solo l’uno su l’altro, nelle cose più semplici di tutti i giorni.  E ha funzionato. E sono sicura che non sia stata una coincidenza il fatto che Raffaele abbia iniziato a parlare proprio quando, finalmente, ha “accettato” il fratello.

Con i suoi tempi. Alla fine, lo aveva fatto.

Nel nostro caso, è stato così.

E questa è la nostra storia, la nostra esperienza. Per dire che l’esperienza la si fa durante il viaggio quotidiano di istinto e amore. Si fa in quattro mura, solo quelle della tua casa e della tua famiglia, lasciando fuori tutto il resto, perché e a volte è indispensabile. Dopo aver ascoltato bene le parole di chi ne sa più di te. Di caricarsi di pazienza e determinazione, e di essere in grado di regalare tempo e fiducia ai propri figli, perché loro vi restituiranno tutto (e di più) a tempo debito. E lo faranno nella maniera più bella e pura possibile, inaspettata il più delle volte, e per questo ancora più meravigliosa.